Gli erboristi di Siena, opera di Darius TredUna lettera scritta a mano fa sempre un certo effetto, specialmente nel mondo di oggi, così iperconnesso da farci sembrare una tastiera più facilmente reperibile di una penna. E cosa succede quando ci imbattiamo in qualche pagina scritta a mano? Abituati come siamo a usare la nostra calligrafia solo per appunti veloci di poche parole, magari più scarabocchiati che scritti, la nostra curiosità forse è diventata più sensibile nei confronti di un testo più lungo scritto a mano. Una lettera, appunto.
Se poi questa lettera è di qualche anno fa, la voglia di leggerla forse aumenta: chissà quali ricordi o segreti ci potrà svelare.
E diventa irresistibile quando la lettera in questione non è mai stata spedita e risale ai tempi della guerra o comunque a diversi decenni prima.
Un po’ quello che deve aver provato Viviana che, ne Gli erboristi di Siena, riceve una lettera scritta dal fratello nel 1944. Una lettera mai spedita e rinvenuta per caso. Da questa lettera poi si innescherà il corso degli eventi raccontati.

“Complimenti per la fantasia!” mi ha detto qualcuno dopo aver letto il mio romanzo.
Grazie. A volte penso di aver esagerato un po’ troppo nell’aver intrecciato gli eventi. Ma poi, quasi puntuale, arriva la realtà a ricordarmi che… no, non ho affatto esagerato. Era già successo con Misteri di ghiaccio, il mio penultimo racconto.

Che dire? Un caro e simbolico saluto al signor Clemmy Cole che, proprio come Viviana, ha ricevuto una lettera dal fratello dopo ben 80 anni. Una lettera mai spedita, una lettera scritta durante la guerra. Lui e Viviana avranno provato le stesse emozioni. Con una piccola, piccolissima differenza. Lui vive nella realtà, Viviana nella mia fantasia.

Ma, tutto sommato, dove sta la differenza?

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